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I luoghi dei Filippini: tra semplicità e devozione.

La Congregazione di S. Filippo, riconosciuta nel 1575 da papa Gregorio XIII, è fondata sul principio di una nuova forma di apostolato basata sulla divulgazione del Vangelo, rivolta a uomini e donne di ogni ceto sociale, dai più umili alla nobiltà. Questa concezione molto aperta e tollerante per l'epoca, permetteva non solo ai religiosi ma anche ai laici di poter seguire la regola.

Il pensiero del suo fondatore S. Filippo Neri (1515-1595) ebbe subito successo nelle Marche, tanto che in tre secoli si contano almeno 26 fondazioni oratoriane, alcune precocissime come quella di San Severino (1579), la prima dopo quella della Vallicella di Roma, e poi quella di Fermo (1582), città da cui proveniva il padre Flaminio Ricci, intimo amico di S. Filippo, divenuto Superiore generale dei padri Filippini a Roma, a cui si deve la committenza nel 1608 dell'Adorazione dei pastori del Rubens per una cappella patrizia della chiesa fermana di S. Filippo.

La nuova tipologia architettonica che viene sviluppata insieme alla chiesa e al convento è l'oratorio, luogo di incontro e di colloquio con le persone, alla base del pensiero della congregazione filippina.

La natura "aperta" del pensiero filippino non impone modelli architettonici predeterminati, anche se generalmente per la pianta delle loro chiese viene preferita la navata unica e a croce latina, scelta dai Gesuiti, perché permetteva una maggiore attenzione dei fedeli alla funzione religiosa e alla predica.

Caratteristica comune che lega i Filippini ai Gesuiti è l'intento educativo, ma mentre i primi lo intendevano in senso universale, i Gesuiti si rivolgevano prevalentemente alla preparazione delle classi dirigenti.

Ciò non toglie che l'architetto dovesse ben conoscere la liturgia della Congregazione, tanto da anteporre molte volte per la direzione dei lavori i padri filippini anche dilettanti, piuttosto che professionisti affermati.

Ai lati della navata si trovano le cappelle, in genere sei (tre per lato) tra loro comunicanti. Erroneamente interpretate come navate laterali, erano realizzate dalle famiglie nobili, permettevano di tenere più funzioni contemporaneamente e costituivano anche una utile forma di finanziamento per la costruzione della chiesa.

Naturalmente punto di riferimento per tutte le future costruzioni fu la prima chiesa filippina di S. Maria della Vallicella di Roma, nota anche come Chiesa Nuova, dove fu subito disatteso il consiglio suggerito da S. Filippo di lasciare grezze le pareti, sia per la presenza di stucchi che di fastosi altari a cui lavorarono il Rubens, Guido Reni, Caravaggio, Algardi, mentre la costruzione dell'oratorio fu affidata al Borromini.

Anche gli edifici costruiti successivamente non tennero molto conto di questa volontà; le facciate non finite con i laterizi a vista, ad esempio, che si riscontrano in molti casi, non sono dovute all'adesione al pensiero del fondatore, quanto a pure ragioni economiche delle singole comunità.

L'iconografia che appare all'interno della Chiesa o dell'oratorio, sempre sul modello della chiesa madre di Roma, dedica grande attenzione al tema mariano.

Dopo la morte del Santo e la sua beatificazione (1615) S. Filippo viene spesso rappresentato mentre assiste all'apparizione della Madonna, facendo riferimento al prototipo dipinto nel 1614 da Guido Reni a Roma per la cappella del Santo. In seguito si aggiungono raffigurazioni relative alla sua vita e poi ai suoi miracoli o si assiste alla presenza di altri santi, tra cui il contemporaneo S. Carlo Borromeo, con cui intrattenne rapporti quando era in vita. Seguono poi i quattro santi spagnoli canonizzati con lui da papa Gregorio XIII nel 1622 (S. Teresa d'Avila, S. Isidoro Agricola, S. Francesco Saverio, S. Ignazio da Loyola) e S. Francesco di Sales, che ne seguiva la regola.

Alla funzione pedagogica fanno riferimento l'iconografia di S. Giuseppe, padre putativo di Gesù e S. Gaetano di Thiene per la sua attività nei confronti dell'infanzia abbandonata.

La chiesa di S. Filippo a Montefiore

Nella prima metà del XVI secolo alla periferia della città era posta un'edicola con la Madonna e il Bambino, intorno alla quale fu costruita nel 1573 la chiesa di S. Maria del Monte, conservando l'immagine sacra.

Il convento e la chiesa inizialmente furono affidati ai padri benedettini della regola di S. Silvestro, a cui subentrarono nel 1666 i padri della Congregazione dell'oratorio di S. Filippo (fondata localmente già nel 1645)

Grazie ad aiuti economici consistenti venne completato prima il convento (1698), poi l'Oratorio (1709) e infine venne ristrutturata internamente la chiesa, arricchendola anche di reliquie, come quella di S. Fedele.

Venne aggiunto il campanile e si sovrappose l'attuale facciata a due ordini con volute; la chiesa fu riconsacrata nel 1776.

All'interno si trova la consueta navata unica con transetto poco pronunciato, affiancata da cappelle, tre per ciascun lato, comunicanti tra di loro con passaggi laterali che per la loro ampiezza danno la finta impressione di una chiesa a tre navate; bisogna considerare però che la loro costruzione fu ovviamente condizionata dall'impianto primitivo dell'edificio preesistente.

Sopra alla porta d'ingresso è una cantoria lignea dipinta, mentre sull'altare maggiore è posta una tela con L'Immacolata Concezione e San Filippo, opera attribuibile in base ad un documento al pittore umbro Anton Maria Garbi (1718-1797), copia del quadro di Sebastiano Conca (1680-1764) per l'oratorio di S. Filippo a Torino.

Negli altari delle cappelle sono presenti altre tele dello stesso autore, tra cui un San Michele Arcangelo, copia di quello dipinto da Guido Reni per la chiesa di S. Maria della Consolazione a Roma e una Crocifissione.

Una tela con le Anime purganti è posta sopra un affresco che si vede risparmiato in un oculo posto nella parte superiore del dipinto. Si tratta della Madonna venerata nell'edicola primitiva che viene attribuita alla mano del pittore marchigiano Simone de Magistris (1538-post 1611) Oggi la chiesa dopo vari espropri e in seguito alla soppressione dei Filippini è officiata dal clero locale.

Chiesa di S. Filippo a Ripatransone

La prima pietra della chiesa intitolata a S. Filippo e all'Immacolata Concezione fu posta il 26 luglio 1680, la Congregazione però era già stata riconosciuta a Ripatransone nel 1618.

Il disegno della pianta fu affidato a Francesco Massari (1640-1705), allievo del Borromini che la realizzò a croce latina e ad una sola navata, con tre cappelle per lato e un transetto molto sporgente, caso unico nel panorama delle chiese oratoriane marchigiane, dove in genere veniva solo accennato.

I lavori però andavano per le lunghe, fino a quando nel 1705 Massari muore e il cantiere viene affidato a Lucio Bonomi (1669-1739), nobile ripano con doti di letterato, architetto e cartografo. A lui si deve il disegno della cupola a catino su pennacchi con otto finestroni che fanno irrompere la luce all'interno.

La chiesa viene terminata nel 1720, l'anno successivo vengono realizzate le decorazioni a stucco per mano del milanese Mastro Tobia e poi del perugino Lorenzo Vibi, filippino laico che le completò gratuitamente, e finalmente nel 1722 la chiesa viene completata.

All'interno l'altare maggiore è stato rifatto nel 1843 da Gaetano Ferri ed ha oggi una statua dell'Immacolata, ma originariamente vi era una tela rappresentante sempre una Immacolata su cartone di Pietro da Cortona dal suo allievo Lazzaro Baldi (1624-1703), ora collocata nel transetto.

Tra le decorazioni dell'interno sono di rilievo la seconda cappella di destra dedicata dalla famiglia Tognani che ha sull'altare la tela di S. Gaetano di Thiene nell'atto di ricevere tra le braccia il Bambin Gesù, opera di Ubaldo Ricci, capostipite nel XVIII secolo di una famiglia di pittori fermani molto affermati, autore anche degli altri dipinti della cappella e della Madonna col Bambino e San Filippo, pala del monumentale altare in legno dorato della cappella sinistra del transetto. Lo stesso autore ha dipinto il S. Francesco di Paola dell'altare della prima cappella a destra.

Nella terza cappella a sinistra si trova l'unico altare marmoreo della chiesa che racchiude alcune reliquie di S. Filippo contenute in urne e in due busti del Santo; nella seconda cappella, eretta nel 1725 dalla famiglia Recco, è rappresentato il Transito di San Giuseppe.

Nel 1760 si inaugurò il nuovo Oratorio nella vecchia S. Rocco, nel 1795 si costruì il nuovo convento realizzato solo per metà per l'arrivo delle truppe napoleoniche (1810).

L'oratorio piccolo venne poi distrutto e il convento fu acquistato, diventando l'abitazione di Pacifico Boccabianca, poi recuperato nel 1830.
La chiesa fu poi riaperta e i padri Filippini vi rimasero fino al 1894.

Nella sagrestia è esposto il progetto del 1944 per la decorazione della volta della chiesa del pittore Dante De Carolis (1890-1975), fratello del più noto Adolfo De Carolis.

Nella cripta della chiesa dal 1990 si può visitare il Museo della Civiltà Contadina ed artigiana.

Uscendo dalla chiesa si può vedere anche un monumento dedicato a S. Filippo Neri, un gruppo scultoreo in bronzo di Giuliano Pulcini inaugurato nel 1997.


Bibliografia:

F. Mariano, Le chiese filippine nelle Marche. Arte e architettura, Fiesole (Firenze) 1996;

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